Leggere tra le cose, saper stare nel mentre.
La parola intelligenza che in questa fase storica è sulla bocca di tutti, mi invita ad approfondire questo termine dal punto di vista etimologico, un buon modo per tornare all’origine di un significato. La parola intelligenza viene dal latino intelligentia, a sua volta legata al verbo intellegere (o intelligere) accompagnato dal prefisso inter, letteralmente, leggere tra. Si tratta di un’azione che non è diretta e definitiva ma che si gioca in uno spazio, in un mentre fra qualcosa e qualcos’altro. Dunque l’intelligenza è la capacità di leggere ma anche di unire, collegare, mettere insieme. Inoltre presuppone un’azione che parte da una individualità che attivamente, discerne, separa, analizza, che coltiva quindi uno spirito critico e non solo computazionale. Non codifica, interpreta.
Chi decide quando l’insieme è compiuto? La condanna dell’infinito
L’AI può avere accesso a una quantità sterminata di dati e può essere straordinariamente brava a stabilire, modificare e riplasmare continue connessioni tra informazioni. Non solo, e qui cambia il paradigma, lo può fare infinite volte. Questa qualità straordinaria di produrre in modo ininterrotto ci ricorda però che non può fare un’esperienza di finitudine. La macchina non può scegliere di terminare un processo, può raggiungere solo una compiutezza operativa momentanea che le viene attribuita dall’esterno. In altre parole non può decidere quando interrompere un ricalcolo o un reimpasto delle informazioni. Non sa quando fermarsi. L’uomo invece, ha in sé come destino l’esperienza della compiutezza: una situazione “si chiude”, un’esperienza trova un significato, una decisione apre una nuova direzione di vita. L’intelligenza quindi ha anche a che fare con la possibilità di concludere e di muovere dentro un confine, un contesto.
Comprensione è avere un orizzonte di senso
Il discorso sulla compiutezza ci porta ad una altro termine decisivo che è comprendere. Comprendere vuole dire sapere cogliere in un’unica visione, avere in sé intuitivamente. I questo senso il comprendere potrebbe rappresentare forse la manifestazione più alta dell’intelligenza. Perché comprendere non richiede solo una rappresentazione del mondo, ma avere qualcosa di proprio che è in gioco nel mondo. Comprendere allora non è solo sapere, ma collocare il sapere raggiunto in un orizzonte di senso. Questa è una prerogativa dell’umano che è soggetto incarnato. La macchina non può comprendere perché contemplando nella sua operatività tutti i parametri possibili finisce per non averne uno suo di riferimento. Qualcosa di omnicomprensivo, paradossalmente, non può comprendere.
L’incarnazione dà al sapere un’identità precisa
L’esperienza lascia una traccia e quella traccia condiziona le esperienze successive. In questo senso si crea una continuità intelligente: “io ho vissuto, e ciò che ho vissuto modifica il modo in cui so”. In altri termini l’informazione mi permette di sapere che cosa è, la conoscenza mi fa capire come “funziona”, la comprensione mi permette di compiere qualcosa di dargli senso, l’incarnazione mi permette di orientarmi nel mondo e scegliere. Dunque, l’informazione è di tutti, circola, la conoscenza mi permette di organizzare le informazioni secondo un mio processo, la comprensione consente a quel processo di acquisire un senso, l‘incarnazione di quel sapere nell’esperienza lo rende mio, identitario e quindi unico.
About:blank.Dove nasce l’intelligenza?
About:blank è la pagina che non contiene nulla. Nessuna storia, nessuna esperienza, nessun desiderio. È uno spazio disponibile, pronto a essere riempito da qualsiasi cosa. Ma l’about:blank dell’essere umano invece è quel so di non sapere socratico, solo apparentemente vuoto: in realtà è un silenzio che ascolta e che accoglie memoria, corpo, esperienze, relazioni, desideri, paure, intuizioni, contraddizioni. Solo popolando il proprio about blank, il vuoto fertile della sospensione, si può generare davvero qualcosa, altrimenti si rischia solo di essere vittime di un gioco combinatorio.
Un brand forte non dice cose giuste. Dice cose che potrebbe dire soltanto lui
L’intelligenza forse allora, non è allora la capacità di produrre una risposta, ma quella di cogliere sempre più relazioni, distinguere, comprendere, incarnare, a partire dalla propria biografia e dalla propria storia che presuppone errori, inversioni di rotta, cadute, risalite, successi, dubbi. L’intelligenza più alta sarà allora quella di presidiare quello spazio, quel inter legere, per poter produrre qualcosa di nuovo e non cadere in un algoritmo precostituito.