La parola è sempre un evento incarnato.
Il dizionario definisce una parola ma è la vita di ciascuno a riempirla di senso. La nostra esperienza, giorno dopo giorno, colora le parole che utilizziamo quotidianamente di una tinta personale e unica. Il lessico offre un codice universale ma è la nostra singolarità a trasformarla in un evento incarnato, in una “stanza narrativa”. Quando ciò accade la parola è viva. Distinguere un linguaggio morto “zombieficato” da una vibrazione capace di toccare il pensiero, l’anima e il corpo fa la differenza quando si scrive, soprattutto per gli altri.
Più parole non significano più significato.
Una parola ha bisogno di uno spazio fisiologico per essere assorbita e interiorizzata. Pensiamo a quando scrivevamo in corsivo, serviva un durata: c’era un tempo in cui si impugnava la penna, un tempo in cui la si appoggiava sul foglio, un tempo necessario per tracciare un segno sulla carta. La parola era allo stesso tempo intenzione, azione, gesto. Ora leggiamo continuamente e da diversi supporti ma se manchiamo questo “respiro” della parola rischiamo che questa ci scivoli addosso senza colpirci, senza trasformarci. La lezione è potente: più parole non generano più significato, anzi spesso accrescono il rumore confondendoci.
Le parole sono campi dinamici.
Una stessa parola può significare qualcosa a venti anni e qualcosa di completamente diverso a quaranta. Certo non è cambiato il loro significato intrinseco ma il modo attraverso cui noi ci relazioniamo a quel significato. La parola è quindi un campo aperto che si lascia attraversare e trasforamre costantemente dal nostro vissuto. Questo fa sì che un libro viva in ciascuno in modo del tutto personale e non dia la stessa risposta emotiva se lo leggiamo da giovani o in un età più avanzata. Se si considera questo, cambia il modo di pensare alla scrittura.
Non possiamo controllare il “viaggio” che farà una parola nel percepito dell’altro.
Questa è una degli aspetti più affascinanti della comunicazione: possiamo scegliere le parole con cura, crederle giuste, appropriate, coerenti ma non sapremo mai fino in fondo quale impatto avranno sugli altri. Non possiamo appropriarci della parola, è piuttosto la parola che si appropria di noi. Se non possiamo avere controllo su quale risonanza avrà sulll’altro allora bisognerà cercare di fare in modo che il linguaggio non si chiuda, non si esaurisca in se stesso, e lasci aperto un campo immaginativo e di senso lasciando a chi legge la responsabilità di interpretarlo.
Cercare l’infinito nella parola.
Una parola non è infinita perché può essere interpretata in mille modi, è infinita quando continua ad aprire significati, a generare senso nuovo, a ricollegare e riplasmare pensieri, immagini e sensazioni. Rimane viva quando ci permettte di vedere qualcosa che prima non vedevamo, arricchendo e trasformando il nostro patrimonio espressivo e visionario. Cercare l’infinito nella parola significa allora cercare proprio ciò che nella parola non può essere completamente detto, riconoscere che ogni parola autenticamente viva conserva una parte in ombra non ancora esplorata, un potenziale inespresso. Si tratta allora di coltivare una postura poetica, e di trattare la parola come qualcosa che non smette di rivelare.
Cosa ci insegna questo?
Che quando scegliamo le parole per uno scritto, per una presentazione, per un progetto, per un brand stiamo maneggiando organismi vivi che usciranno dal sito, dal manifesto, dalla presentazione per entrare nel vissuto dei lettori, dei clienti e di chiunque si avvicini al marchio.
Quindi se vuoi che le parole diventino universi di senso e non logorati automatismi linguistici bisogna cambiare paradigma: non partire da ciò che si vuole urgentemente dire, o spesso urlare più forte degli altri, ma lasciar germogliare un ecosisitema linguistico capace anche di non dire o, se volete, di dire oltre se stesso.