In questo continuum caotico spesso le parole appaiono e scompaiono nel nostro campo visivo con una velocità tale da non permetterci di riconoscerle veramente e di accoglierle all’interno del nostro campo di coscienza e di esperienza.
Gli schermi dei nostri device descrivono il nostro orizzonte quotidiano mentre trattiamo lo smartphone come un organo dal quale sembra dipendere la nostra stessa sopravvivenza. Leggere e scrivere sono diventate azioni sempre più precipitose, urgenti e distratte, orientate sempre più ad uno scopo più che al piacere fine a se stesso. Crediamo di guadagnare nella velocità, più punti di vista, più spunti, più prospettive, più infomazione, e invece perdiamo. Che cosa? Ciò che ci permette di evolvere, di trasformarci: Il processo.
Per comprendere meglio quello a cui mi riferisco senza tante ideologie è sufficiente provare a tornare ad una pratica, letteralmente elementare: scrivere, anche solo un pagina al giorno, in corsivo.
Il corsivo è un gesto che chiede intenzione
Scrivere in corsivo è un’azione fisica prima ancora che linguistica. Impugnare la penna, appoggiarla sul foglio, trovare una propria dinamica gestuale per garantire leggibiltà ad ogni singola lettera è un lavoro che chiede la nostra completa partecipazione. Ci impone di portare il focus su un unico compito e di viverlo pienamente sedimentando l’esperienza e riportandoci alla possibilità di rimanere nel qui e ora… senza passare necessariamente per la posizione del loto o meditazione trascendentale!
Il corsivo introduce una forma di presenza.
Quando una parola, una frase o un passaggio sintattico come una virgola viene scritto in corsivo, il nostro pensiero è costretto a rallentare, generando uno scarto tra produzione del gesto e assimilazione del significato, tra ciò che pensiamo e il modo in cui lo percepiamo come traccia. In questo senso, il corsivo produce una sorta di presenza perché la mano arriva alla fine della parola quando la mente è già andata avanti. Devi aspettarla. Quindi non ci permette soltanto di leggere e interpretare in tempo reale ciò che si deposita sul foglio, ma ci rende consapevoli del gesto stesso dello scrivere.
Nel corsivo rimaniamo nel processo
Quando scriviamo a mano non trasferiamo mai semplicemente un pensiero sulla pagina, ma gli diamo contemporaneamente una forma, attraversandolo sensorialmente mentre si genera. In altre parole mentre lo forgiamo gli offriamo la possibilità di svelarsi. Quando tracciamo le lettere sulla carta si apre un tempo generativo, i greci lo chiamavano kairos, il tempo che sospende il tempo, che apre alla possibilità dell’intuizione e del pensiero laterale, quello che ci conduce all’idea nuova, inaspettata, all’illuminazione. Questo vuoto fertile è molto più difficile da trovare nella scrittura digitale.
Il corsivo dà materia al pensiero
La scrittura a mano trasforma qualcosa di volatile in una traccia materica dandogli la possibilità della riconosciblità e della memoria. Se infatti da una parte abbiamo a che fare con la natura del pensiero che è evanescente, dall’altra abbiamo invece un segno solido, compiuto, immodificabile. Scrivere in corsivo significa quindi far sì che il nostro segno personale non solo diventi una traccia visibile del mondo, ma si renda anche nuovamente interrogabile. Ciò che è scritto può essere anche riletto! Questo ci permette di incarnare davvero il pensiero che abbiamo generato, il significato che abbiamo espresso e di assumerlo nella sua chiarezza.
La conitinuità genera connessioni (inaspettate!)
Nel corsivo le lettere non sono elementi isolati (come i tasti che si susseguono) la mano costruisce una continuità che permette di aprire connessioni nuove allenando la neuroplasticità. Il gesto ripetuto e coordinato, diventa un motore attivo, creativo, che può portare a idee “fuori pista” che senza quell’attività non avremmo mai potuto nemmeno “pensare”. In questo senso l’attività dello scrivere a mano può diventare davvero epifanica: potresti ritrovarti a unire schemi, categorie, immagini, a inventare nuovi mondi sulla base di una connessione durata un battito.
Il corsivo spezza il pensiero breve e frammentato
Il tempo del corsivo non è immediato, chiede un tempo nel quale chi scrive possa riappropriarsi di sè e del proprio pensiero senza doversi subito precipitare in una conclusione o in una tesi precostituita. Lo scrivere ci spinge ad aprire e mantenere aperto un dialogo autentico con noi stessi e a sviluppare una tensione che ci libera dal pensiero urgente aprendo un nuovo orizzonte di senso. Non pensiamo più in modo frammentato ma in modo fluido aprendo nuove visioni.
Il corsivo consente il flow e il deep work
Quando il gesto diventa continuo e l’attenzione focalizzata per un tempo sufficiente il nostro cervello disimpara a passare da uno stimolo all’altro ed è lì, allora, che può accadere qualcosa di raro: entriamo in stato di flow, uno stato di attenzione profonda in cui l’azione dello scrivere procede con naturalezza e in una condizione di deep work che ci fa sentire completamente dentro ciò che stiamo producendo. A quel punto il pensiero si fa limpido e trova uno stato di leggerezza particolare dove viviamo un vero e proprio paradosso perché possiamo scrivere, sostando, contemplando.
Cosa ci insegna questo?
Il corsivo non è solo un modo di scrivere, è anche un’attitudine mentale, e, se vogliamo, una pratica spirituale: ci riporta al valore della continuità come stato capace di creare spazi di sospensione e potenziale creativo. Nel dubbio, nell’arresto, nel ritorno indietro, persino nellq cancellazione che rimane segno indelebile, possiamo non solo rallentare e trovare uno spazio meno caotico e affollato, ma anche pensare nuovo mondo.
Il punto non è tornare alla carta. È tornare al processo.
Se il processo modifica il pensiero, allora modifica anche il valore di ciò che produciamo. Questo vale per le persone, per i testi e per i brand.
Certo non dobbiamo realizzare il nostro sito su carta ma dobbiamo cogliere un insegnamento: non tutto ciò che è immediato è efficace, anzi, spesso il vero investimento è rimanere nel durante, anche se è più lungo, anche se richiede più attenzione, anche se non sappiamo esattamente dove ci porterà.
Per essere riconoscibili, memoriabili dobbiamo attraversare il processo, quel mentre che si fa: a pensarci bene, una frase impressa su carta rimane lì anche molto tempo dopo che la penna si è sollevata dal foglio.