Brand Philosopher e Copywriter

Abracadabra. L’illusione di un risultato che non passa per il processo.

C’è qualcosa di ipnotico nel modo in cui l’intelligenza artificiale produce linguaggio. Assomiglia al gesto del prestigiatore che tira fuori dal cappello un coniglio rosa. Ma chi è davvero il prestigiatore?

L’incantesimo della forma.

C’è qualcosa di ipnotico nel modo in cui l’intelligenza artificiale produce linguaggio. Assomiglia al gesto del prestigiatore che tira fuori dal cappello un coniglio rosa. Ma chi è davvero il prestigiatore? Cosa c’è dentro il cappello? E soprattutto, di cosa è fatto quel coniglio rosa? L’incantesimo gioca su un meccansimo atavico della visione: la forma. Quando dobbiamo iniziare a scrivere abbiamo di fronte un foglio bianco che dobbiamo plasmare attraverso la scrituttura: è un lavoro che richiede tempo, pazienza, pensiero, cancellazioni, correzioni, spostamenti, tagli ma soprattutto lavoro, e quindi fatica. La forma non si dà immediatamente, si costruisce pezzo dopo pezzo. Cosa fa l’effetto wow dell’AI? Ci regala in pochi secondi un’architettura di testo finita e un linguaggio coerente, plausibile, convincente dandoci quasi istantaneamente (interessante quel “quasi”), la sensazione illusoria che lo abbiamo prodotto noi.

La risposta esiste prima della domanda.

Non abbiamo ancora formulato una domanda e inconsciamente pensiamo di avere già “a portata” la risposta. Ma una domanda autentica nasce spesso da una zona di non sapere. Ed è qeusto che la rende umana: può essere ancora fluida, aperta, modificabile. Quando invece sappiamo già che, digitando qualcosa, otterremo sicuramente una risposta autoconclusa, impariamo a chiedere ciò che la macchina è brava a restituirci, facciamo domande compatibili con le risposte che abbiamo interiorizzato come “disponibili”. Il rischio più profondo, allora, non è che l’AI ci dia risposte sbagliate ma che ci dia risposte così facilmente accessibili, da restringere progressivamente il campo delle domande che ci viene naturale porre.

Vulnerabilità all’automatismo e bassa tolleranza all’incompiuto.

Ogni volta che acquisiamo una risposta creata dall’AI, assorbiamo anche un “pensiero”. Insieme al contenuto interiorizziamo un modello. Apprendiamo un modo di organizzare quel contenuto. Non è un male di per sé. Il problema è la delega del pensiero come abitudine e prassi quotidiana: se per anni affidiamo all’AI la costruzione delle nostre frasi, dei nostri argomenti, delle nostre metafore, delle nostre spiegazioni diveniamo molto più vulnerabili all’automatismo, più lenti nell’elaborare un pensiero autonomo compiuto, più attratti dagli aspetti informativi che generativi di un testo, abbassando la nostra tolleranza per ciò che è incompiuto scambiando così la “fluidità” per originalità e riducendo la nostra capacità di dare priorità e rilevanza.

Creare versus generare.

Due verbi che sembrano sinonimi e non lo sono: creare significa portare in essere, far esistere, qualcosa che prima non c’era e ora c’è. In questo caso non è importante il soggetto che crea, ma il fatto che qualcosa inizi ad esistere. Generare invece mette al centro una  genealogia, una discendenza: qualcosa di nuovo che si genera a partire da una coscienza, da un’etica, da una competenza. In questo secondo caso c’è un principio, un ordine che permette di fondare e articolare un processo per renderlo riattraversabile. Ci confrontiamo ogni giorno con la capacità di creazione dell’AI, ma non ne conosciamo a fondo il funzionamento algoritmico ovvero i processi di sintesi, selezione, gerarchizzazione che ha utilizzato. Possiamo invece sapere sempre quali domande ci hanno condotto ad una interpretazione, ad una visione. Se non conosciamo questa differenza potremo cadere nell’equivoco che il nostro scrivere e il nostro pensare siano assimilabili a quelli dell’AI.

La competenza non è il risultato: è ciò che rimane dopo il risultato

La competenza non coincide con ciò che abbiamo fatto, ma con ciò che abbiamo imparato a fare attraverso ciò che abbiamo fatto. Il risultato è sostanzialemente l’esito di un’azione che può essere stata prodotta a paritre da una imitazione, da una replicazione, da un’applicazione, da un riassemblaggio; si tratta di qualcosa che una volta esaurito si chiude su se stesso e si stacca da chi lo ha prodotto, la competenza invece è capace di trasferire, riattualizzare un risultato nel presente per riorientarlo verso il futuro. Una cosa è quindi utilizzare l’AI come produttore di risultato, un’altra è osservare il ristualto a partire dalla nostra competenza.

Il problema non è usare l’AI ma sorvegliare la distanza tra noi e “lei”.

Non si tratta di accettare o rifiutare ciò che l’AI produce, ma di costruire e mantenere viva tra noi e il suo risultato un respiro, una distanza, uno iato critico che ci permetta una sospensione prima di aderire alla sua forma così rapida e seducente. Non dobbiamo cadere, inciampare nel risultato: dobbiamo osservare prima di aderire, analizzare prima di acquisire, verificare prima di dare per vero. E fare questo preseravando la nostra postazione umana fatta di biografia, di sensibilità, di capacità critiva e competenza acquisita negli anni. Si tratta di permetterci di praticare un’arte che l’AI non conosce: quella del dubbio, non inteso come “informazione non verificata o non del tutto corretta”, ma come silenzio pieno, come attesa, come possibilità di vuoto.

Cosa significa questo per chi scrive di professione?

Resistenza. Saper stare prima del testo, esser capaci di presidiare lo spazio fertile del non aconra definitivo, frequentando il dubbio e difendendosi dalla seduzione dell’immediatezza. Allor non si tratterà più solo discrivere le parole “giuste”, idonee, in linea con il tono di voce, ma di sapere perche ciascuna parola sta esattamente là dove sta, e saperlo argomentare ANCHE SENZA l’uso dell’IA.