Cinema e Copywriting

Il cinema di una volta

Succedeva così qualche decennio fa: ti trovavi con gli amici in centro città nel pomeriggio e ti facevi un giro, entravi in qualche negozio, ti bevevi una roba e quando le conversazioni sulle solite cose erano più o meno esaurite e non avevi voglia di tornare a casa ti sbilanciavi con un “Ehi, ma perché non andiamo al cinema?’ Lo potevi decidere in un baleno. Perché una volta il cinema era esattamente questo: il lusso di buttarti in una storia qualunque, decidendolo da un minuto all’altro, senza averlo programmato. Magari camminavi e improvvisamente ti ritrovavi di fronte a quella scritta al neon anni Ottanta con le lettere tridimensionali che stavano su per miracolo, e ti rendevi conto che dietro a quella porta c’era la soglia di un nuovo mondo che odorava di pop corn e velluto pesante: “Ma cosa fanno oggi?”

Allora non era così fondamentale leggere le recensioni o sapere cosa andavi a vedere.  L’approccio era più ingenuo: ti facevi coinvolgere dai colori della locandina, dalla scritta che compariva sotto il titolo, sempre rigorosamente con punto esclamativo (imperdibile!).
Andare al cinema era allora l’idea di poter scegliere nel giro di un quarto d’ora, e questa libertà era così euforizzante che il gesto in sé, l’audacia di entrare senza premeditazione, ripagava persino di una proiezione mediocre.

Ti potevi ritrovare la sera a dire “Dio che film orribile” oppure a rimanere piacevolmente sorpreso da una trama che all’inizio non ti aveva convinto, ma anche se il film era il peggiore dell’ultimo millennio, non avevi mai un vero pentimento, perché il cinema è cosi, ti ripaga sempre dell’esperienza.  Ritrovarti in pochi minuti con un biglietto in mano era una piccola promessa di congedo dalle piccole cose urgenti della giornata e della tua vita singolare. In un attimo: dalla luce al buio, dall’ordinario allo straordinario, mentre infilarti in una stanza con dei perfetti sconosciuti aveva come una vibrazione mistica.

È vero, a volte lo programmavi anche. Avevi voglia di cenare fuori e pensavi: ‘e se andassimo al cinema prima? così poi usciamo e siamo pronti per la cena…”

Nei pomeriggi bui di inverno, in quelli frizzanti di settembre, nella freschezza delle serate estive, nel tempore delle prime luci di primavera.  C’è un tempo metereologico perfetto per andare al cinema. Si sente proprio a livello epidermico, nell’aria, che la giornata è quella giusta. Non deve piovere per forza. Quello solo nelle serate romantiche.

E poi il cinema era bello qualche decennio fa, perché il primo passo nello straordinario era legato alla sensazione di “stare per entrare al cinema” e poi, subito dopo, quello di esserci, inglobato dentro alla scatola magica, perché In fondo il cinema è innanzitutto un’esperienza fisica: è essere corpi vicini, seduti in una stanza e guardare nella stessa direzione, avere la retina inebriata dai fasci di luce, la pupilla reattiva, la pienezza del suono che avvolge e rimescola gli umori e le vite di tutti.

C’è come una complicità inespressa che unisce quelli che hanno scelto lo stesso film, ti senti dentro a un patto segreto. Cosa ci ha portato alla stessa scelta? Quali biografie si intersecano in questo infinitesimale ed eterno spazio-tempo? E quando ti incontri all’uscita mentre entrano quelli per la proiezione successiva?

“Ciao, anche tu a vedere questo… com’era?”

Poi c’era l’odore dei pop corn, le caramelle di marche ormai estinte, il the freddo a qualsiasi stagione, la Coca Cola e le M&M’s che ti devastavano l’alito.

Ma si può pensare di entrare in sala senza spendere in modo del tutto irrazionale quei cinque euro in più per qualcosa di estremamente dolce o estremamente salato? No, non si può. Perché sgranocchiare qualcosa mentre si vede un film è irrinunciabile, anche se non hai fame.

E poi la cassiera, o il cassiere. Animali mitologici. Cosa ne sanno loro del film che vendono? Probabilmente niente. Che vita fanno i cassieri del cinema? Dove abitano? Ma poi li guardano i film al pomeriggio con il proiezionista? O magari detestano il cinema e sono lì solo per la paga.

E ancora le vecchie locandine appese alle pareti, le tende pesanti, i velluti, la polvere che non ti da fastidio perché è cosi bello il cinema di quartiere, con quella sua soave immobilità. È il posto rassicurante e familiare dove il tempo non passa mai. Che meraviglia sapere che c’è uno spazio che nessun a intenzione di riammodernare. La locandina di Cabiria è sempre lì, la scala di Metropolis è sempre lì, la vespa di Caro Diario sempre lì, storta, ma sempre lì.

Il vicino di poltrona

Il vicino di poltrona è una personalità che si svela piano piano. In due ore – anche se non vorresti – memorizzi il suo profilo e anche le sue piccole abitudini, i tic, il modo in cui appoggia il cappotto, le gambe accavallate, lo scatto, il commento detto a voce alta, magari per sbaglio, il respiro affannoso.

Con alcuni compagni di sala sviluppi un’intimità unica ma non lo puoi dire.  C’è il vicino che non trova pace. Sta dietro di te e non lo vedi mai in volto. Sempre in movimento punta le ginocchia sulle tue vertebre dorsali. E parla. E ride. E sghignazza. E sembra fare di tutto per rovinarti la proiezione. Poi c’e la voce del moralizzatore che a un certo punto si alza: “ehi! maleducato! Non si parla durante i film!”

Poi c’è il vicino parlante, essere alquanto bizzarro: parla con i personaggi come se fosse reali, addirittura si rivolge direttamente a loro, oppure commenta le scene continuamente come se tutti avessero bisogno di una didascalia, poi c’è quello che ride fragorosamente delle battute mediocri e quello che si addormenta e dopo un po’ emette suoni gutturali che si mescolano alla colonna sonora con effetti stranianti. C’è quello davanti, irrequieto, che si muove, si volta, guarda quello vicino.

Ad ogni modo finisci per amarli. Tutti loro, perché è emozionante sapere di avere lì intorno a te per 120 minuti persone che forse poi non vedrai mai più. Voci che non ascolterai mai più. Odori che non sentirai mai più.
E poi ci sono i trailer, un susseguirsi di suoni sincopati, dialoghi spezzati, una sfilata di promesse narrative e dici ‘questo è da vedere’ ‘questo è da vedere’ oppure “Ma veramente? un altro sequel di Batman? Ma basta!”

E poi c’è il telefono che suona: “Ma chi è il cretino?”. A volte risponde pure: “Scusa, sono al cinema… eh? No non posso adesso ti richiamo dopo…”

A metà proiezione le dita sono unte e salate ma chissenefrega.
Ho mangiato i pop corn. Non vorresti condividerli in realtà, diciamocelo, perché la visione in sala ha anche il suo lato solipsistico. Ma alla fine è sempre così: ‘Vuoi? Prendi pure eh!’

Finito il tuo barattolo ci sarebbe bisogno di comprare una lattina di Coca Cola che probabilmente ti sei dimenticato. Ma. aspetto. Perché non me la sento di far alzare tutta la fine. Ma arriva la pipì. Arriva sempre. E inizia un dialogo interno, una sceneggiatura parallela al film. In fondo posso aspettare. No non posso. Ci provo. Non ci penso. Cambio posizione. No non posso aspettare. Sento che è urgente. Provo a parlare alla mia vescica? Come faccio?

Non c’è veramente una scena che può non essere vista. E se mi perdo un dialogo cruciale? Non posso mica chiedere cosa è successo. Non ha nessun senso chiedere cosa è successo al cinema.
I momenti esilaranti ci sono sempre e sono i migliori.

Insomma, tutto questo per dire che bisogna continuare ad andare al cinema.

Sempre.
Con chiunque ( o anche da soli)
In tutte le stagioni.
Per piangere e per ridere.
Per pensare e per non pensare.
Lo dico perché mi spiacerebbe se chiudessero. Sono parte del mio lavoro.

Come si può fare copywriting senza abbeverarsi di storie? Senza scoprire che una battuta può trasformarsi in una headline perfetta, che il messaggio dietro una storia può fungere da perfetta strategia editoriale, che un personaggio può essere il tono di voce che cercavi? che quel titolo nasconde una verità assoluta adattabile alla biografia di un prodotto.

E quel font incredibile nei titoli di coda? Devo chiedere alla grafica.

Un copywriter deve continuare a nutrirsi di narrazioni. Ma non solo di quelle che scorrono sullo schermo: il cassiere, il vicino di poltrona, la famiglia molesta, l’intellettuale colto, l’adolescente rumoroso. Tutti. Non c’è humus migliore per continuare a produrre storie vere, autentiche, credibili da rivendere al momento giusto. Insomma così come Mourinho diceva che chi sa solo di calcio non sa niente di calcio, io dico che chi sa solo di Copywriting non sa niente (o sicuramente poco) di Copywriting.

Poi ci sono quelli come me, che tengono persino un quaderno con le battute migliori, ma questo, mi rendo conto, va un po’ oltre.

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Marta Zacchigna è una digital strategist e content designer free lance, autrice di due libri, appassionata di letteratura, cinema, scrittura, creatività.

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